martedì 9 giugno 2015

Risvegli di un' ubriaca di tossine

Mi sono svegliata, ho fatto la stessa strada di sempre per passare da una casa all'altra.
Come sempre.
Mi sono messa in testa di cucinare dei biscotti. Ho pensato, faccio questo, faccio quello e poi faccio i biscotti.
Come se qualcuno volesse mangiare proprio i miei. Fatti da me.
Poi mi sono voltata. E come sempre ancora, non c'è assolutamente nessuno che mi abbia chiesto niente.
Ancora una volta io che distruggo ciò che di più bello c'è al mondo, solo per arrivare a qualcosa che nemmeno forse, incredibilmente, potrebbe farmi star bene.
Cosa vuoi che ti dica, tutta una vita passata così- creare e distruggere. Massacrare fortificare, bombardare, ammazzare.
Ricostruire di nuovo.
Mi concetro e smetto di far funzionare le piastrine. Che incollano e riparano.
Sento ed è bello, nelle vene tutta l'energia che si rintana dentro tubi molli e sfatti.
Come se avessero sniffato colla per trecento anni e non rimane altro che qualche brandello appiccicoso di corpo.
E la testa che mi si capovolge, quando è triste. Quando sono triste faccio respiri profondi per non perdere l'amarezza, per tatuarla a freddo con una lama.
Per ricordarmi ancora una volta quanto può raschiare l'asfalto a contatto con la solitudine.
E non mi fa mica paura.
Mi fa schifo, ma non mi fa paura.
Tanto alla fine ci si sradica sempre. Ci si prende per i capelli.
Si arriva sempre al suolo.
In gommone una volta, una mia amica mi ha chiesto di urlare. Ma insomma, non che la cosa mi allettasse. Perché mai avrei dovuto strillare, cosa poi, e soprattutto a chi. Al mare? che fa ascolta?
Quanti calci che ti meriteresti invece ora, mare.
Altro che un urlo. Quanti pugni, quanto dolore vuoi che si riversi? Non ti basta mai.
Ma vaffanculo. Quanto perfetta vuoi che sia. Quanto mi stai chiedendo di nuovo? Quanto pensi che io rimanga a guardarti mentre distruggi ogni mio respiro. E già soffoco. Ancora mi anneghi.
L'unica cosa che potrei fare davanti a te ora, è fissarti. Con tutto il vomito che mi leggeresti sul viso.
Tutto quanto.
Che entri e esci com ti pare, come ti piace, come preferisci tu, mi ribalti, mi strangoli. Poi non esisti più. Te ne vai sempre, con la stessa velocità con cui arrivi. Se mai, sei in verità tu, mare.
Mi hai talmente tanto stordito, che non sento più nulla. Hai voluto questo da me, mi hai reso incapace, di pietà, di pena, di dolore, di rabbia, di amore.
Al posto che con la voglia di andarmene via, mi hai fatto svegliare desiderando di fare biscotti. Ti prego.
Ma che razza di persona è una che ha i gomiti talmente raschiati da non riuscire nemmeno a piegare le braccia?
E che,  in tutto questo grezzo pezzo di mondo secco e rinsecchito arido e incolore, ha voglia di fare biscotti.
Ecco cosa mi hai fatto di nuovo.
Di nuovo. E probabilmente non sarà l'ultima volta. Ma hai lasciato che io mi strangolassi con le mie mani.
Complimenti a entrambi.
Sentite congratulazioni per aver superato a pieni voti, la voglia di alcol alle dieci del mattino.
E il dolore costante che si sente quanto si mente a se stessi.
Le strade sono due. E io non sono contemplata in nessuna.
Così per come sono io davvero. è sempre stato così, credo di essere io a scegliere, e invece poi a me non restano che i pezzi di me stessa da raccogliere.
Un puzzle impossibile da montare, dove alla fine si finisce per mettersi al posto del cuore, il culo.
E via così.
Ma tu gran figlia di puttana lo sapevi che sarebbe finita così di nuovo. E hai lasciato che ti annegasse. Ti sei messa lì e avevi già un fazzoletto pronto. Lo sapevi.
Lo sapevo.
Eppure non me ne frega niente.


Romania. Alla fine, sei tu.  Dove il dolore non è questo inutile fastidio, ma se fa male, devi quasi morire. E se fa bene, ti si paralizza la vita intera. E tu mi hai fatto così bene. Che ora non riesco più nemmeno a muovermi. Ma siamo lontane.




domenica 24 maggio 2015

La logica di una puttana.

Al silenzio preferisco il rumore.
Mi riempio fino all'orlo, come si fa con il bicchiere quando si ha tanta sete.
E poi ci entro, nel rumore. Divento rumore.
Anche quando non devo dire niente. E tutto poi si sa, che torna al suo posto. Anche questo rumore che uso-riuso-re-gistro. Giostra.
Per non ascoltare. Perché farebbe un filo più male del dovuto.
Credo che ci sia qualcosa di estremamente buffo in tutto questo. Basterebbe in fondo scattare una fotografia per accorgersi di essere nel posto sbagliato, e chiunque intorno è sbagliato.
Gira veloce questa giostra, ti fa andare anche a testa in giù.
E alle volte il mondo capovolto è addirittura più bello.
Perché tutti diventano storti, almeno quanto te. Che fai di tutto per ribaltarti.
Dai ascoltami quando ti parlo. Come fai a non capire, che questo cielo non avrebbe mai potuto essere il mio. Però qui mi ci hai lasciato con un fiore in mano, mi hai chiesto di aspettarti. E saresti arrivata con la tua solita bottiglia, due bicchieri in mano. Una gonna grande, lunga, che sulla giostra fa le ruote.
Dopo tre giorni, oggi c'è il sole. Lo si capiva già stanotte che ci sarebbe stato il sole, dal fastidiosissimo cantare degli uccelli che mi hanno tenuto sveglia inutilmente, perché non avevo assolutamente niente da fare se non finalmente dormire.
Quanto ancora mi lasci qui ad aspettarti?
A quest'ora avremmo dovuto già essere insieme, se tu avessi rispettato i patti, a quest'ora staremmo già ballando. Ma ti fai aspettare e comincio a pensare che ne valga la pena.
Mi sporgo un poco di più, altrimenti non vedo quanto in alto sono. E quando non c'è equilibrio che un po' gira la testa, che un po' ti viene paura. Che un po' di più e rischi di cadere spiaccicato. Sbriciolato.
Guardami come sono in alto.
Non lo vedi da te che aspettare rende pazzi?
Allora ancora rumore signori e signore. Ancora un fortissimo rumore da fare insieme. Se non sento io, allora sì che hai un buon motivo per non ascoltare nemmeno tu.
Che cosa può esserci di più bello del fermarsisi un attimo e sentire forti le onde che si schiantano contro uno scoglio? Sempre con quella bottiglia che alla fine, ragazza mia, ho portato io, perché se aspetto te, rimango solo molto più assetata di quanto in fondo, non sia già. Eternamente.
Perché a me sta anche bene rimanere qui, immobile. A guardare un punto che sceglierò casualmente tra infiniti. Però me lo devi dire se mai verrai. Io aspetto comunque.
Lo sai che posso anche essere paziente. Cosa faccio stappo? Nel frattempo dico.
Ma non lo vedi da te che sto combinando un disastro dietro l'altro?
Ridi vero? massì.
Ho già scritto un elenco di cose da chiederti. La prima sulla lista è: perché qui.
Il mondo è grande. Ma perché proprio qui?
Qui non c'è assolutamente niente. Bisogna costruire tutto da capo.
Perché poi qui, per costruire, bisogna prima distruggere tutto. Radere al suolo. Distruggersi per l'esattezza.
Biosgna arrivare a fare talmente schifo, da riuscire a leccare la terra. Quella stessa terra che avremmo dovuto sollevare insieme.
Tutto sommato mi hai fatto matta,
Matta come quelli che riescono sempre a vedere tutto capovolto.
Come ho iniziato.
Finisco.
Nel più assordante e bastardo rumore.
Così come ho iniziato. Urlando.
Perché in fondo se a dare vita è stata una viscida perversa sporca puttana. In sé non può che fare schifo.
Ma rilassati. Io urlo di gioia.


venerdì 30 gennaio 2015

Kolymbetra

Quando ascolto un disco nuovo, solitamente mi siedo, per questo ultimo che mi è stato regalato invece non ho tempo per sedermi. E forse nemmeno mi va.
Così mentre lavoro, mentre risolvo le faccende domestiche così un po' come viene viene, ogni tanto respiro a fondo chiudo gli occhi e sono di nuovo a casa.
Perché è questo che mi manca. Camminare scalza circondata dal profumo acre dell'aceto, ricevere un cazzotto di troppo, vedere gli unici occhi che oggi vorrei accanto a me.
A Gura Vaii, non c'è niente. Nemmeno una strada asfaltata, è tutto sterrato, tutto sporco, tutto puzzolente.
Tutto sbagliato. a testa in giù.
Ed è su di una canzone nuova mai sentita che proprio non posso continuare a fare finta di niente, perché mi sento la mano totalmente vuota.
senza dita incastrate, senza voce.
Questo nuovo disco mi sta facendo forse più male che bene, forse dovrei semplicemente smettere di ascoltarlo, ma c'è qualcosa di atroce che mi lega alla fatica che sto facendo per non crollare ancora.
Come sto continuando allegra, felice, con il debito con la vita che ho. Troppo grande, troppo indefinito.
Questo disco non racconta la Mia Romania, ma altre storie, che non capisco e che non conosco, nemmeno mi interessano.
Ma a me sta raccontando tutta l'anima che ci ho messo. Tutto ciò che potevo.
Mi rivedo ballare sotto un sole caldo e umido, con i piedi sommersi dalla polvere e dalle mani, con in groppa uno forse due forse tre bambini che urlano gridano cantano siperdonosisgretolano nel luogo più assurdo che abbia mai visto.
Ma chissenestrafotte, capirai.
adesso indosserò le mie scarpe, i miei jeans, andrò al lavoro, sorriderò, farò cose da grande, cercherò di essere gentile e cordiale. E terrò tutto questo ben stretto dentro una parentesi.
Per fare questo zaino non ho nemmeno più tempo, perché dovrei mangiare e andare. Quindi lo guardo solo per pochi istanti, lo riempio di tutto. Lo faccio con gli occhi.
E poi non importa.
Solo una cosa, vita, se è già troppo quello che ho chiesto, portami al sole caldo.
Portami di nuovo dove io possa.
di Nuovo
Ballare.
Kolymbetra

lunedì 10 novembre 2014

Sono appena partita

Quando rientro da un viaggio, breve o lungo che sia, ho bisogno di tempo per tornare veramente.
Per privarmi della libertà di poter fare quello che non potrei, quello che non dovrei.
Questa volta, il viaggio mi è sembrato iniziasse dalla fine, da quando, ho messo piede sull'aereo del ritorno.
Forse perché le compagne dell'andata non erano quelle del ritorno, forse perché le ultime 48 ore mi hanno così tanto obbligato a fermarmi che ora sento la mancanza della velocità. L'attesa che si paralizza in-stabile.
Quando riesco a stupirmi di cosa sono in grado di fare, di quanto il mio corpo riesca ad immagazzinare, passato lo spavento, arriva fredda, la consapevolezza, l'arresa.
Persone, sguardi, mani, la vista di Parigi dall'alto.
Da questo viaggio non credo di riuscire a tornare, perché non posso tornare da me stessa.
Non esiste reazione. Per un po' guarderò verso il basso. Poi lentamente alzerò lo sguardo, vedrò cose diverse anche se tutto è rimasto esattamente come era prima, avrò bisogno di tempo, quando ritornerò. Ma forse non è così che devono andare le cose, forse dovrei smettere di cercare un modo giusto di far funzionare le ore, di dimenticare gli intoppi, forse dovrei solo fidarmi delle cose che capitano. Dell'orologio fermo.
Forse dovrei allontanarmi. E aspettare.
Se non arrivassi mai a capire cosa esigo dalla mia sincerità nei fatti e forse meno nelle parole.
Se non arrivassi mai a capire che fare se non mi va di muovermi.
Potrebbe anche essere che mi va bene così, tutto disordinato, tutto schifoso. Magari in questa cosa un giorno potrei anche stare bene.
E se non fosse non dovrei fare altro che ricostruire come ogni volta il viaggio di ritorno.
Vorrei che sapessi tutto di me.

lunedì 19 maggio 2014

Bisturi

In ogni caso, posso anche rispondere ad una domanda che non mi hai fatto.
Per esempio se tu mi avessi chiesto come sto io, ti avrei risposto.
Ti avrei risposto che ti sto ancora cercando, come quando abbiamo ballato la stessa canzone. E come ogni sempre ti vedevo farlo da solo.
Ti avrei risposto come l'ultima volta che me lo hai chiesto, e io ti risposi, nella mia mente, che forse ti avevo trovato, e stavo bene.
Stavo bene lì esattamente dove eri tu. Ma non me lo hai chiesto più. Come se potessi capirti, e ti capisco.
Proprio davanti ad una fotografia, io ti capisco.
E so che tu sai cosa è meglio per me. Ovunque tu sia, so che lo sai. Allora portami via.
E non è per quella volta che non è successo, o per quella che è successo. Non è per quel momento che non riesco a staccare e che nemmeno ricordo.
E io che mi ritrovo a rincorrere sempre le mie ombre, per non vederle più. Tu sei la mia musica. L'unica che voglio e che posso.
Trova il coraggio di portarmi via, di non lasciarmi qui.
Anche se qui mi sono abituata a star bene.
Labirintica e intoccabile, insostenibile. Non so distinguere nemmeno se è paura, o semplicemente follia.
E la follia non mette a posto le cose, le distrugge. Distruggerebbe quello che ho costruito.
Come posso autodevastarmi. Farmi così tanto male, da non riuscire nemmeno ad arrivarci con il pensiero.
Ed è solo per questo che non posso farlo io.
Devi farlo tu. Devi prenderti gli avanzi di quella che sarò. Brandello dopo brandello. Nota stonata.
Non posso farlo io.
Eppure con te lo farei. Ovunque.
Se solo tu mi avessi chiesto come sto, io ti avrei risposto. Per esempio come quando mi manca il respiro se ti penso. Come adesso che ti scrivo.
Che soffoco. Che sarebbe peggio probabilmente se tu fossi accanto a me. Ma a quel punto non mi importerebbe.
Chiedimi come sto. E ti rispondo.
Senza divorarmi le mani fino a farmele sanguinare. Sarebbe la mia risposta stanca, ma intrepida.
Soffertacomesisoffreora.
Attaccata alle ossa, saresti il dolore più grande che esista.
Ma ne sarei felice.
Se tu mi avessi chiesto.
Questo è quello che ti avrei risposto.
Io.



lunedì 10 marzo 2014

Si può anche così.

Terra che mi stai calpestando. Che nemmeno il fiume funziona più.
Esco per cosa. Esco per soffocarci dentro.
Avvolta nel niente. Che vorrei addirittura facesse freddo.
Alla fitta produzione di stati d'animo che si intrecciano come i fili delle auricolari.
Non ricordo nemmeno l'ultima volta che avevo un sogno. Ho adeguato ogni molecola.
Lotto per i sogni degli altri?
Non so come si fa.
Continui a vestirmi con abiti sbagliati. Continui a fare in modo che io ti deluda, terra che mi stai calpestando.
Ascoltavamo musica insieme.
Non l'abbiamo mai fatto insieme, l'ho sempre fatto io credendo di averti accanto.
Abbiamo sempre parlato di futuro.
Non l'abbiamo mai fatto veramente, tu sognavi il mio.
E me lo comunicavi come si comunicano gli avvisi della settimana.
Come si comunica che a tavola è pronto.
Con la stessa inconsistenza.
Con lo stesso niente.
Abbiamo sempre ballato.
Ho sempre ballato da sola. E avevo già il cuore spezzato. Come quando ci siamo bevute quella birra e tu mi raccontavi di me e di te.
Quella birra bevuta da sola. Terra che nemmeno il fiume funzione più.
Adesso prenditela tutta la mia tristezza anche se fuori c'è il sole, perché te la dedico come si dedicano le favole ai bambini.
Prenditi anche questo avanzo. Tanto io non me ne faccio niente. Non ho nemmeno il tempo di rimpiangerli i miei sogni.
Verrai giorno, verrai cantando musica balcanica, verrai urlando che si può vivere anche così, alle volte un po' tristi, alle volte un po' soli, costruendo cattiveria e cinismo, falsità e mediocrità, ma urlerai che si può vivere anche così, con i sogni degli altri, verrai mare e ci vedrai sedute l'una accanto all'altra a raccontarci di tutto il tempo che ci siamo mancate.
Ci berremo una grande bottiglia di vino e brinderemo a quella solitudine che ci starà bene, vestita bene, pettinata bene.
Poi vedremo.

martedì 27 agosto 2013

La voce radical di ciò che valeva 50 mila lire.

Ho coperto tutto. L'ho fatto bene. Ho coperto tutto quello che aveva senso coprire. Forse le tre e venti di pomeriggio segnano un inizio un po' troppo anticipato.
Ma sono sola. Nessuno sa che lo sto facendo e soprattutto nessuno mi sta guardando. Quindi mi permetto di farlo. Ho un bicchiere, lo riempio. Metto della musica e mi congratulo per la cantina in cui ho scelto di alloggiare per questo tempo.
La voce delle persone mi irrita quando me ne innamoro. Andava tutto bene fin a che non iniziò a cantare. Andava tutto bene fino al momento in cui non decisi di riascoltarlo.
E ho sognato di avere nel letto una voce. Ho sognato di quella voce su un tram. Il 9.
Che quella prima notte a Bologna io la ricordo più che bene nonostante stessi camminando come camminano i serpenti.
A quel dopolavoro mi girava la testa talmente tanto che mi sembrava che il cielo mi stesse prendendo per il culo, devo averglielo anche detto.
in maniera compulsiva e ossessiva faccio finta che questo salotto sia quello.
Penso a cocktail fatti da lei che poi canta lui.
Faccio ancora finta di niente.
Fuori forse c'è il sole, o magari piove, tanto io sono chiusa qui dentro esco solo la notte e di notte ultimamente piove. Quindi magari piove anche adesso ma non sento il rumore.
Devo stare attenta perché io so quando sto per rifarlo.
So bene quando i miei pensieri iniziano fottersi fra di loro.
So bene che per sentire qualcosa le unghie si devono conficcare nella pelle come lame. Solo per sentire qualcosa.
La velocità di questa lentezza mi strasgretola. Mi strapiega.
Si correva alla cava del fiume, ci si fermava alla barca a motore di quell'idiota che la piantava li senza fissarla alla riva. Si facevano dei giri fino alla vecchia fabbrica di lino. Ci si mischiava per bene a tutti i rifiuti attaccati alle pareti, ci si cospargeva di un odore che di mistico aveva ben poco. Ci si ubriacava con della vodka da schifo rubata ad un supermercato del centro.
Di certo allora non guardavo le etichette. Fino a che poi non mi sono incollata addosso, più precisamente sulla fronte, la mia etichetta, allora da quel momento credo andò tutto più o meno a puttane.
Felicemente a puttane però. Consapevolmente a puttane.
Pur sempre a puttane.
Allora io ogni tanto in macchina allungo il giro, che tanto inquinando sto inquinando e potrei sempre dire di aver sbagliato strada perché sovra-pensiero.
Comunque l'odore non è cambiato anche dopo 10 anni. Di sicuro per il mio stomaco stavolta ho scelto un'etichetta migliore, più costosa decisamente radical chic.
Come i brianzoli che sono radical.
L'odore è lo stesso, le scritte sui muri invece no di sicuro ora un pompino non vale più 50 mila lire come intonava un pennarello verde militare accanto all'exit murato.
Comunque come risuona fin nei capelli è sempre la voce che torna, che canta stronzate. Una in particolare che vorrei che uscisse dalla sua bocca, che sogno, che gioco che ci credo un po' in fondo.
Senza nemmeno accorgermi ho cambiato l'anello dell'indice, ne ho preso uno più grande, Stavolta non l'ho nemmeno rubato. Comprato con soldi veri.
Che onore aggiungerei.
Sempre per quella cagata in cui navigo da anni, e me la racconto ogni giorno, devo legarmi a me stessa. Così cambio anello.
Per legarmi a me stessa.
Ad ogni modo la fabbrica c'è ancora. L'unica cosa che è cambiata è che un pompino non vale più 50 mila lire.