Mi sono svegliata, ho fatto la stessa strada di sempre per passare da una casa all'altra.
Come sempre.
Mi sono messa in testa di cucinare dei biscotti. Ho pensato, faccio questo, faccio quello e poi faccio i biscotti.
Come se qualcuno volesse mangiare proprio i miei. Fatti da me.
Poi mi sono voltata. E come sempre ancora, non c'è assolutamente nessuno che mi abbia chiesto niente.
Ancora una volta io che distruggo ciò che di più bello c'è al mondo, solo per arrivare a qualcosa che nemmeno forse, incredibilmente, potrebbe farmi star bene.
Cosa vuoi che ti dica, tutta una vita passata così- creare e distruggere. Massacrare fortificare, bombardare, ammazzare.
Ricostruire di nuovo.
Mi concetro e smetto di far funzionare le piastrine. Che incollano e riparano.
Sento ed è bello, nelle vene tutta l'energia che si rintana dentro tubi molli e sfatti.
Come se avessero sniffato colla per trecento anni e non rimane altro che qualche brandello appiccicoso di corpo.
E la testa che mi si capovolge, quando è triste. Quando sono triste faccio respiri profondi per non perdere l'amarezza, per tatuarla a freddo con una lama.
Per ricordarmi ancora una volta quanto può raschiare l'asfalto a contatto con la solitudine.
E non mi fa mica paura.
Mi fa schifo, ma non mi fa paura.
Tanto alla fine ci si sradica sempre. Ci si prende per i capelli.
Si arriva sempre al suolo.
In gommone una volta, una mia amica mi ha chiesto di urlare. Ma insomma, non che la cosa mi allettasse. Perché mai avrei dovuto strillare, cosa poi, e soprattutto a chi. Al mare? che fa ascolta?
Quanti calci che ti meriteresti invece ora, mare.
Altro che un urlo. Quanti pugni, quanto dolore vuoi che si riversi? Non ti basta mai.
Ma vaffanculo. Quanto perfetta vuoi che sia. Quanto mi stai chiedendo di nuovo? Quanto pensi che io rimanga a guardarti mentre distruggi ogni mio respiro. E già soffoco. Ancora mi anneghi.
L'unica cosa che potrei fare davanti a te ora, è fissarti. Con tutto il vomito che mi leggeresti sul viso.
Tutto quanto.
Che entri e esci com ti pare, come ti piace, come preferisci tu, mi ribalti, mi strangoli. Poi non esisti più. Te ne vai sempre, con la stessa velocità con cui arrivi. Se mai, sei in verità tu, mare.
Mi hai talmente tanto stordito, che non sento più nulla. Hai voluto questo da me, mi hai reso incapace, di pietà, di pena, di dolore, di rabbia, di amore.
Al posto che con la voglia di andarmene via, mi hai fatto svegliare desiderando di fare biscotti. Ti prego.
Ma che razza di persona è una che ha i gomiti talmente raschiati da non riuscire nemmeno a piegare le braccia?
E che, in tutto questo grezzo pezzo di mondo secco e rinsecchito arido e incolore, ha voglia di fare biscotti.
Ecco cosa mi hai fatto di nuovo.
Di nuovo. E probabilmente non sarà l'ultima volta. Ma hai lasciato che io mi strangolassi con le mie mani.
Complimenti a entrambi.
Sentite congratulazioni per aver superato a pieni voti, la voglia di alcol alle dieci del mattino.
E il dolore costante che si sente quanto si mente a se stessi.
Le strade sono due. E io non sono contemplata in nessuna.
Così per come sono io davvero. è sempre stato così, credo di essere io a scegliere, e invece poi a me non restano che i pezzi di me stessa da raccogliere.
Un puzzle impossibile da montare, dove alla fine si finisce per mettersi al posto del cuore, il culo.
E via così.
Ma tu gran figlia di puttana lo sapevi che sarebbe finita così di nuovo. E hai lasciato che ti annegasse. Ti sei messa lì e avevi già un fazzoletto pronto. Lo sapevi.
Lo sapevo.
Eppure non me ne frega niente.
Romania. Alla fine, sei tu. Dove il dolore non è questo inutile fastidio, ma se fa male, devi quasi morire. E se fa bene, ti si paralizza la vita intera. E tu mi hai fatto così bene. Che ora non riesco più nemmeno a muovermi. Ma siamo lontane.
Come sempre.
Mi sono messa in testa di cucinare dei biscotti. Ho pensato, faccio questo, faccio quello e poi faccio i biscotti.
Come se qualcuno volesse mangiare proprio i miei. Fatti da me.
Poi mi sono voltata. E come sempre ancora, non c'è assolutamente nessuno che mi abbia chiesto niente.
Ancora una volta io che distruggo ciò che di più bello c'è al mondo, solo per arrivare a qualcosa che nemmeno forse, incredibilmente, potrebbe farmi star bene.
Cosa vuoi che ti dica, tutta una vita passata così- creare e distruggere. Massacrare fortificare, bombardare, ammazzare.
Ricostruire di nuovo.
Mi concetro e smetto di far funzionare le piastrine. Che incollano e riparano.
Sento ed è bello, nelle vene tutta l'energia che si rintana dentro tubi molli e sfatti.
Come se avessero sniffato colla per trecento anni e non rimane altro che qualche brandello appiccicoso di corpo.
E la testa che mi si capovolge, quando è triste. Quando sono triste faccio respiri profondi per non perdere l'amarezza, per tatuarla a freddo con una lama.
Per ricordarmi ancora una volta quanto può raschiare l'asfalto a contatto con la solitudine.
E non mi fa mica paura.
Mi fa schifo, ma non mi fa paura.
Tanto alla fine ci si sradica sempre. Ci si prende per i capelli.
Si arriva sempre al suolo.
In gommone una volta, una mia amica mi ha chiesto di urlare. Ma insomma, non che la cosa mi allettasse. Perché mai avrei dovuto strillare, cosa poi, e soprattutto a chi. Al mare? che fa ascolta?
Quanti calci che ti meriteresti invece ora, mare.
Altro che un urlo. Quanti pugni, quanto dolore vuoi che si riversi? Non ti basta mai.
Ma vaffanculo. Quanto perfetta vuoi che sia. Quanto mi stai chiedendo di nuovo? Quanto pensi che io rimanga a guardarti mentre distruggi ogni mio respiro. E già soffoco. Ancora mi anneghi.
L'unica cosa che potrei fare davanti a te ora, è fissarti. Con tutto il vomito che mi leggeresti sul viso.
Tutto quanto.
Che entri e esci com ti pare, come ti piace, come preferisci tu, mi ribalti, mi strangoli. Poi non esisti più. Te ne vai sempre, con la stessa velocità con cui arrivi. Se mai, sei in verità tu, mare.
Mi hai talmente tanto stordito, che non sento più nulla. Hai voluto questo da me, mi hai reso incapace, di pietà, di pena, di dolore, di rabbia, di amore.
Al posto che con la voglia di andarmene via, mi hai fatto svegliare desiderando di fare biscotti. Ti prego.
Ma che razza di persona è una che ha i gomiti talmente raschiati da non riuscire nemmeno a piegare le braccia?
E che, in tutto questo grezzo pezzo di mondo secco e rinsecchito arido e incolore, ha voglia di fare biscotti.
Ecco cosa mi hai fatto di nuovo.
Di nuovo. E probabilmente non sarà l'ultima volta. Ma hai lasciato che io mi strangolassi con le mie mani.
Complimenti a entrambi.
Sentite congratulazioni per aver superato a pieni voti, la voglia di alcol alle dieci del mattino.
E il dolore costante che si sente quanto si mente a se stessi.
Le strade sono due. E io non sono contemplata in nessuna.
Così per come sono io davvero. è sempre stato così, credo di essere io a scegliere, e invece poi a me non restano che i pezzi di me stessa da raccogliere.
Un puzzle impossibile da montare, dove alla fine si finisce per mettersi al posto del cuore, il culo.
E via così.
Ma tu gran figlia di puttana lo sapevi che sarebbe finita così di nuovo. E hai lasciato che ti annegasse. Ti sei messa lì e avevi già un fazzoletto pronto. Lo sapevi.
Lo sapevo.
Eppure non me ne frega niente.
Romania. Alla fine, sei tu. Dove il dolore non è questo inutile fastidio, ma se fa male, devi quasi morire. E se fa bene, ti si paralizza la vita intera. E tu mi hai fatto così bene. Che ora non riesco più nemmeno a muovermi. Ma siamo lontane.